AIDA – BIONDO BLUES (di Fernando Fratarcangeli – Raro! N° 104 Ottobre 1999)
Ci sono cose, nell’ambito musicale italiano, a cui è difficile dare una spiegazione.
È difficile spiegare come mai una delle voci più belle e interessanti della scena pop-blues, dopo tre eccellenti album editi dalla Ricordi (l’ultimo dei quali dieci anni fa) sia stata così scarsamente considerata al mondo discografico.
Pochi forse sanno che Aida, cantante e vocalist in album e concerti dei nostri più importanti artisti (Loredana Bertè, Zucchero, Mia Martini, Ramazzotti, Oxa, Bennato, Premiata Forneria Marconi), ha già trentadue anni di carriera alle spalle: il suo debutto risale infatti al 1966 con la partecipazione alla finale del Festival di Castrocaro.
L’abbiamo incontrata a Milano, in una sera d’estate di qualche mese fa, poco prima dell’esibizione in un noto locale blues milanese. Prima i iniziare l’intervista ascoltiamo il sound-check con il gruppo: Giorgia On My Mind di Ray Charles e una struggente Per amarti, tratta dal repertorio di Mia Martini, sono esecuzioni da brivido.
Non c’è alcun dubbio: la nostra ‘negra bianca’ è lei.
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Perché un’artista del tuo talento oggi è poco presente nella discografia?
Ho smesso i pensarci (ride). I discografici hanno i paraocchi e non è un aspetto solo italiano. Loro guardano molto al personaggio e alla tendenza del momento. Oggi, per esempio, guarano tutti a Alanis Morissette ma non conoscono Aretha Franklin, Patti la Belle e le altre voci che hanno fatto grande la musica.
Quando hai iniziato ad amare il blues?
Mi piace a sempre, poi mio marito Cooper Terry mi ha trasmesso ancora i più questa passione. Ascoltavo i più grandi interpreti e mi sembrava impossibile riuscire a cantare quel repertorio, ma lui mi incoraggiava sempre; a volte mi faceva anche piangere, toccava il mio orgoglio. “Devi pensare meno con la testa da cantante italiana e più con il cuore”, mi diceva, e questa cosa mi ha aiutato tantissimo. Il blues è per me un modo di vivere e di arrabbiarsi.
Hai avuto dei modelli a cui ispirarti quando hai deciso di essere una cantante blues?
Sì; Billie Holiday, Bessie Smith, Etta James, anche se il mio mito in assoluto è sempre stato per me Aretha Franklin.
Sei cosciente comunque che fare del vero blues non porta, almeno in Italia, a grandi risultati in termini commerciali?
C’è stato un periodo in cui ero satura. Cantando nei locali per sopravvivere, a volte devi badare alla quantità piuttosto che alla qualità. Perciò ho tralasciato per un attimo il blues, anche perché ho scoperto che persino in quel campo c’è la mafia. Ai concerti blues invitano sempre gli stessi artisti, un po’ come succede nella musica leggera. Quando ho deciso di fare cose più commerciali, ho cercato almeno quelle che più mi qualificavano. Anche se questo mi ha portato ad essere etichettata come la ‘Tina Turner dei Navigli’ (ride!). Adesso, però, sto tornando sui miei passi…
In che modo?
Voglio cantare di tutto. Ho deciso di fare la cantante country-rock o country-blues. È un genere che in Italia non è rappresentato da donne. È già da tanto che ho in mente questa cosa, ma è difficile trovare musicisti che abbiano la cadenza tipica del country senza trasformarla in rock. Difficile anche far convivere insieme due chitarre, con una è già un problema…
Avevi già trovato una via di mezzo tra il pop e il blues alla fine degli anni ’80 con tre album incisi per la Ricordi, da Scossa ai due successivi…
È vero. Successe però che sbagliai un Sanremo e purtroppo questo l’ho pagato a caro prezzo.
Oggi li rifaresti allo stesso modo?
No. Il primo, Scossa, per essere un disco italiano è anche carino, anche se posso considerarlo quasi un esperimento. Vinti e vincitori lo registrai sei mesi dopo, quindi è molto legato al precedente. Aida dovetti farlo per partecipare al Festival di Sanremo e accettai il compromesso incidendo Questa pappa, che mi ha dato il colpo di grazia!
Non potevi opporti?
Odio le manifestazioni in generale. Riconosco però che Sanremo una vetrina importante. Sei vista da milioni di telespettatori e con poca fatica hai la possibilità di promuovere il disco. Purtroppo, accettai di partecipare con il pezzo sbagliato. Ero data per vincitrice insieme alla SteveRogersBand e ci eliminarono entrambi. Pensa che al sorteggio eravamo contenti di non essere stati inseriti nella stessa sera!
Ho notato che nei tuoi album hai spesso proposto cover di Randy Newman…
È una mia passione. Randy Newman me lo ha fatto conoscere Mimì (Mia Martini n.d.a.) me ne sono subito innamorata e lo sono tuttora.
Sei stata vocalist dei più importanti artisti italiani. Hai qualche aneddoto legato a questa esperienza?
Con Zucchero ho fatto Blues e lì c’è un pezzo, Hai scelto me, in cui io esegue il vocalizzo finale. Dopo la registrazione, Zucchero venne da me quasi in ginocchio:”Sei la più grande cantante italiana”, mi disse. Poi andò presentare il pezzo a Riva del Garda e scelse Lisa Hunt. Lui cantò dal vivo mentre la Hunt fece il vocalizzo in playback sulla mia voce. Questa cosa mi divertì molto.
Possiamo fare un passo indietro? Sei nata, artisticamente al Festival di Castrocaro dove, insieme a Loretta Goggi, eri riserva per i dieci finalisti…
… e lì dovevo capire che non era quella la mia strada!
Vorresti cancellare oggi, se si potesse, quel debutto?
Venivo da un’adolescenza molto brutta soprattutto per aver perso mio padre molto presto. La passione di cantare l’ho sempre avuta; ero combattuta tra il fare la cantante o l’insegnante di lettere. Ho dovuto fare comunque tutto da sola e per giunta ero timidissima; cercavo di propormi appariscente per vincere la mia timidezza. Quel festival lo ricordo bello e brutto allo stesso tempo; brutto perché vedevo che erano tutte più spigliate di me ed io in sicura al massimo.
Fosti comunque ingaggiata dalla Fonit Cetra; pensasti allora che la tua strada musicale era indirizzata verso il blues?
Sì, ma non c’era nessuno in Italia che faceva quel genere e non avevo comunque potere decisionale. Mi chiamavano e decidevano quello che avrei dovuto incidere, cose assurde tipo L’ultimo Valzer o Papaveri a luglio…
Dopo aver lasciato la Fonit cos’è successo?
Iniziai a fare il piano bar. In pratica, spesi tutti i soldi che avevo guadagnato! Conobbi Mara Cubeddu (componente di Flora, Fauna & Cemento n.d.a.) che mi introdusse nel giro delle sale di registrazione. Con lei iniziai a fare i cori e tutti mi elogiavano consigliandomi anche di prendere lezioni e continuare. In quel periodo ero anche un po’ sballata, non avevo nessuno che mi potesse consigliare, non avevo una personalità definita anche se sembravo più sicura di quanto lo fossi realmente.
Quale fu il primo disco che hai registrato come corista?
Non lo ricordo esattamente, anche se credo che si trattasse di un album di Adriano Pappalardo. Poi andai con Mia Martini che conobbi attraverso il batterista Andy Surdi, un amico con cui iniziai a frequentare le sale d’incisione.
Che ricordi hai di Mia Martini?
Ho un ricordo bellissimo. Negli ultimi tempi Mimì era anche molto cambiata, migliorata… a differenza della sorella (ride). Nell’anno che abbiamo vissuto insieme a Milano ci siamo divertite molto. Era una persona ironica, intelligente, pungente, mi sono trovata benissimo.
Quali lavori avete registrato insieme?
A part le varie tournèe, sono stata con lei nel periodo RCA (etichetta Come il Vento n.d.a.) e nel suo ultimo La musica che mi gira intorno. Con Mia c’era anche un progetto insieme, quello di incidere un brano di Paul Simon di cui ora non ricordo il titolo.
Un sodalizio più lungo lo hai avuto con sua sorella Loredana…
Artisticamente sì. Sono molto affezionata a Loredana anche se adesso sono molto arrabbiata con lei. Dovrebbe capire che c’è tanta gente che le vuole bene e che è sempre pronta a darle una mano. Devo però riconoscere che Loredana mi ha sempre dato grande spazio nei suoi concerti. Le sono molto riconoscente.
Uno dei tuoi album più interessanti sicuramente Feelin’ Good, inciso insieme a Cooper Terry, un disco blues oggi molto ricercato dai collezionisti…
Quel disco lo abbiamo inciso in due giorni. Oggi è poco conosciuto, come del resto lo fu all’epoca, visto che essendo stato realizzato da una piccola etichetta, è stato anche poco promosso.
Che effetto ti fa sapere che un disco che all’epoca non vendette nulla oggi ha un’alta quotazione nel circuito collezionistico?
Mi diverte molto!
Lo hai conservato?
No, come del resto nessun altro dei miei dischi. Ne ho qualcuno solo perché mi è stato regalato da amici. Devo però dirti che adesso mi sta venendo voglia di recuperarli… sarà perché sto invecchiando?
Con quale repertorio ti esibisci oggi?
Faccio pezzi di Aretha Franklin, Tina Turner, prevalentemente classici blues… fino a poco tempo fa includevo anche brani di Janis Joplin che ora ho tolto, anche se conto di reinserirli. Del mio repertorio non faccio quasi nulla, qualche volta canto Mia Mamma.
Il futuro?
Ho registrato a Los Angeles delle tracce in italiano con Beppe Cantarelli, conto su di lui. Comunque ho idea di cantare di tutto!